FEMMINICIDIO, BASTA VIOLENZA SULLE DONNE

Articolo pubblicato sul quotidiano L’Adige il 21/08/2013:
FEMMINICIDIO, BASTA VIOLENZA SULLE DONNE

Gentile Direttore, seppur dentro uno sgomento che non trova parole adatte a sé, chiedo ospitalità per alcune riflessioni sul dramma, spesso silente, del «femminicidio». Credo che, per chi non vive direttamente la portata orribile di queste situazioni estreme, sia possibile cadere nell’ovvietà, nell’osservazione scontata, nel già detto. Però mi è parso che il silenzio sia in grado di uccidere più delle armi ed allora proverei a dire del vuoto senza fine che avverto; dell’odore pesante della violenza che appesta l’aria; della consapevolezza che non saranno le leggi, ma solo la cultura e la formazione a sconfiggere il mostro. Provo a dire, senza speranza di cambiare, ma solo stimolare la riflessione, perché ci sono momenti in cui le donne qualunque debbono far sentire la loro voce, consapevoli che solo i cori sconfiggono il silenzio.
E sottolineo devono. Non per posa, ma per dovere civile, per solidarietà umana, per dignità consapevole; per potersi guardare allo specchio senza vergogna, la vergogna dell’egoismo assente e distratto, ripiegato sui propri problemi. 

Stiamo tutti vivendo un momento particolarmente difficile, lo dico da lavoratrice, da genitore, da persona e pubblico amministratore, ma anche e soprattutto da donna e da essere umano, perché quello che sta accadendo, con crescente insistenza, va oltre l’idea di umano, per farsi solo inutile urlo bestiale. Un urlo che spaventa e disorienta. Un urlo che non può lasciarci indifferenti e che chiama ad una reazione non demagogica ma sostanziale. La reazione di chi dice: «basta»!
L’evento accaduto nella nostra provincia nei giorni scorsi, che ha visto l’ennesima donna cadere vittima di colui che reputava di amarla o di averla amata, impone questo dovere, che va oltre le ideologie, le convenienze, gli schieramenti e le appartenenze di genere, perché nemmeno gli animali si azzannano tra loro per un rifiuto.

Non voglio cimentarmi in analisi sociologiche, psicologiche o criminologiche: non compete a me, ma vorrei dar voce al dolore di chi appartiene alla categoria delle vittime, ben sapendo che si tratta di un dolore muto e spesso, troppo spesso, incompreso e, forse anche, incomprensibile. Non è solo il dolore delle ferite, delle botte, degli insulti. È il dolore di non sentirsi più essere umano, ma solo obiettivo di frustrazioni e di miserie altrui. Quelle miserie sconosciute quando ci siamo innamorate. Quelle frustrazioni nascoste sotto la passione che parevano fuoco. Quella violenza che abbiamo sempre pensato di domare con la tenerezza e la sopportazione. Questo è dolore delle donne e su questo dolore vorrei che si riflettesse. Non solo oggi e qui, ma anche domani sul posto di lavoro, a scuola, in fabbrica e, soprattutto, dentro le mura domestiche, luogo spesso sconosciuto della fermentazione del nostro dolore.

Non ho parole per Lucia e per tutte le vittime, perché non ci sono parole. Solo silenzi, carichi di angoscia e di speranza, affinché ciò che è accaduto non accada più, ma è speranza vana, perché gli essere umani non imparano quasi mai dai loro errori.

Di fronte a questa infinita croce del mondo, posso solo chiedermi dove vivo e chi sono coloro che mi vivono accanto, dove sono i nostri valori comuni, dove ci siamo persi. Dove abbiamo sbagliato.
Non possiamo e non è neanche giusto pensare che tutto questo debba avere solo una risposta sociologica, sarebbe troppo comodo. Ma è innegabile che viviamo in un sociale virtuale e sterile, dove tutto sembra permesso, dove la violenza pare risposta unica e possibile, quando più ardue si fanno le domande del vivere.

Come cittadina, come madre di due ragazze adolescenti, come donna con i suoi timori ed i suoi sogni, so che, al di là di quanto potrà fare la legge e chi la applica, lo sforzo vero sarà di rifiutare tutto questo odio, anziché cadere nel comodo fluire dell’accettazione passiva, quasi fossimo di fronte all’ineluttabile di un male incurabile.
La coscienza del male assoluto che come tale va respinto e combattuto, assieme alla convinzione che la tutela della persona, qualsiasi essa sia, rappresenti il compito di ognuno di noi, quale che sia il nostro ruolo, pubblico e privato, credo sia il vero imperativo. Soprattutto nel privato, ossia nel nostro modo di porci e di comportarci. Come pure nel nostro essere educatori, se ce ne viene data l’occasione.

Questo per prevenire il male, ma anche trasmettendo concretamente, ossia con l’esempio, valori veri di rispetto dell’altro, che sono io. Su questo credo che molto possano e debbano dire le donne, perché senza la loro voce anche il cielo sembra muto.

ANTONIETTA NARDIN

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