NON LEGGI NUOVE MA CAPACITÀ DI SCELTA

Cultura, va premiata di più la qualità

ARTICOLO PUBBLICATO SULL’ADIGE IL 24/09/2013

Nel vistoso affastellarsi di buoni propositi e di iniziative attorno all’urgenza di ribadire la centralità della cultura nei programmi politici per le immanenti elezioni provinciali, ci si è forse dimenticati di alcune questioni semplici, ma non per questo secondarie.

In Trentino, come peraltro altrove in questo paese, i livelli di produzione e di consumo di cultura sono diversi e diversificati. Cultura giovanile, sistemi museali, cultura del volontariato e del professionismo, accademie, centri di ricerca ed organizzazioni di promozione. Tutto questo – e forse anche di più – è il patrimonio culturale locale.  Non si tratta di di una questione di poco conto, se è vero, com’è vero, che questo fermento ha prodotto alcune rilevanti «discese in campo» dentro questa campagna elettorale. Eppure non credo che la portata dei problemi aperti possa risolversi attraverso un solo contributo ideale e di impegno personale.

Forse serve altro. Non è infatti nuovo il dibattito locale – e non solo – attorno alla funzione di impresa e di produzione della ricchezza esercitata dalla cultura nel suo dispiegarsi.

Se è infatti indubbio che, nelle sue varie forme dai musei alla musica, dal paesaggio alla gastronomia, dal teatro alle industrie ricreative, dalla letteratura ai monumenti, la cultura è un capitale capace di produrre reddito e posti di lavoro, dall’altro è necessaria una valorizzazione che transita su due binari paralleli e cioè quello della conservazione e del consumo e quello della produzione, dove il secondo sovrasta di gran lunga il primo, perché agisce sulle coscienze collettive, oltreché sui conti in banca.

Io credo insomma che non servano grandi sforzi di innovazione normativa. Le leggi che ci sono appaiono sufficienti ed anzi, in taluni casi, perfino eccessive. Quello che invece serve è una chiara assunzione di responsabilità da parte della politica e dell’amministrazione, ovvero degli organi deputati a quell’indispensabile erogazione finanziaria che, in un sistema come quello italiano dove non si incentiva affatto il mecenatismo culturale, rimane la principale risorsa della produzione culturale. Se è evidente come ormai non sia più possibile seguire la politica dell’ «accontentare tutti» perché la coperta risulta sempre più corta, è altrettanto chiaro come sia giunto il tempo delle scelte, ovvero della capacità di definire parametri di qualità da un lato e di funzione sociale dall’altro. In una realtà dove convivono, più o meno forzatamente, situazioni fra loro agli antipodi, come quelle rappresentate dal volontariato culturale da un lato e dal professionismo dall’altro, è ormai improcrastinabile stabilire almeno due direttrici di marcia, nell’elaborazione di nuove politiche culturali per il territorio.

La direttrice della qualità e della produzione, direttrice che può investire in pari grado il mondo amatoriale e quello professionistico e la direttrice della conservazione e della tutela, che parimenti può interessare entrambi i soggetti culturali presenti nel nostro tessuto sociale. Sostegni mirati quindi a chi produce ed innova, senza cadere nelle mere dinamiche del solo mercato e finanziamenti diversi e comunque garantiti nell’arco di almeno un triennio, a coloro che si impegnano sul versante della conservazione dell’identità, della memoria e delle tradizioni.

A ben vedere si tratta di una scelta semplice, ma al tempo stesso strategica, una scelta con la quale confrontarsi, senza false promesse e senza inutili sostegni al ripetersi infinito del «deja vu».

Tutto questo si chiama capacità e volontà di scelta o, in altre parole, politica culturale che prova ad innovare, guardando avanti per crescere e non per mantenere tutto dentro la fissità della sola monetizzazione del consenso.

Non pretendo però di possedere verità assolute. Provo unicamente a ragionare insieme a tutti, nella certezza che la democrazia sia dibattito delle idee, piuttosto che urlo arrogante.

ANTONIETTA NARDIN

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